Confessioni di una hostess in pensione

Posted by on June 4, 2014 in Blog | 2 comments

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C’e’ stato un tempo, non troppo lontano, in cui mi pagavano per stare in piedi e non fare assolutamente nulla. Questo lavoro si chiama “Hostess“, non ha niente a che fare con gli aerei, si svolge col tacco 12 ben conficcato per terra e, da dove provengo io, e’ altresi’ noto con un altro nome -molto volgare- ma che non posso fare a meno di riportare: “Figa delle Fiere”. Non me ne vogliate, non l’ho coniato io. Attenzione, non che io fossi chissa’ quale prelibato e raro bocconcino: ero semplicemente una ragazza caruccia che cercava di sbarcare il lunario nel modo meno faticoso e piu’ remunerativo possibile. 
Io e la mia amica Laura approdammo alla neonata Mai Tai, un’agenzia milanese di “Hostess&Menagement”, in un pomeriggio di Marzo. Ricordo che pioveva a dirotto e quando c’e’ umidita’ i miei capelli si arricciano al punto da farmi sembrare una bambolina di porcellana boccoluta. Sara’ stata l’acconciatura da puttino o il fatto che c’era scarsita’ di hostess dall’accento squisitamente brianzolo per interagire con gli indigeni lecchesi, fatto sta che ci venne immediatamente commissionato un lavoro al Centro Commerciale “Le Meridiane”(Lecco).

FLASHBACK 
Devo doverosamente spendere qualche parola sul colloquio-tipo per l’assunzione di una hostess.

“Ciao.”

“Ciao.”

“Posso vedere il tuo book?”

“Non ce l’ho il book.”

“Ok, no problem. Ce l’hai una tua foto carina?”

No Francesca, non farlo. Non la fototessera, ti prego, non dargli la fototessera. Sembri un incrocio tra la bambina dell’esorcista e la Lecciso. 
Grazie a Dio un amico fotografo mi aveva fatto per sbaglio uno scatto dove, modestamente, non ero venuta niente male. Sfodero la mia fotina, tutta orgogliosa, loro la guardano sorridendo in modo paterno (VAI FRAAA!) e vanno a posarla sulla parete delle fighe (scusate ma non esiste altro termine equivalente in italiano). Ops, non l’avevo notata. Accanto a me c’e’ un’intera parete tapezzata di composite dove ragazze stupende sorridono ammiccando e mostrando i loro corpi sinuosi. Che invidia. 
Una hostess di solito aggiorna il suo book annualmente: la mia foto e’ rimasta la stessa per tutti e 5 gli anni di universita’ piu’ vari ed eventuali stage non retribuiti durante i quali dovevo raccimolare qualche soldino ma, alla faccia di tutto e tutti, ho sempre lavorato un sacco. Li’, cristallizzata ed insensibile al tempo che passava, appesa sulla bacheca “Mai Tai” come una farfalla esotica e perennemente diciottenne, ho sempre fatto la mia porca figura. TIE’! 
Ovviamente non avere il composite e la quinta di reggiseno ha delle conseguenze negative.

Non ne sono certa, ma credo che all’interno di ogni agenzia le ragazze vengano segretamente classificate in 4 categorie: semicozze (destinate al lavoro piu’ temuto da tutte le hostess: le promozioni al supermercato), carine (eventi e fiere), belle (fiere tipo “MotorShow”, dove occorre avere il “fisic du rol” per indossare abitini super succinti) e fiche imperiali (posso solo immaginare i ruoli delle ragazze a cosi’ alti livelli).

Penso di essere stata classificata da Mai Tai come “carina” anche se, all’occorrenza, sono stata declassata al livello 1, specialmente perche’ avevo un disperato bisogno di liquidi ed il mio brianzolissimo e tirchissimo padre mi ha trasmesso uno sconveniente senso del dovere ed uno sviscerato rispetto per la sacralita’ del lavoro. 
Dopo aver servito per 8 ore al giorno moltiplicate per venerdi’, sabato e domenica bruschette con un assaggio di olio Bertolli in un supermercato della comasca dimenticato da Dio, sorridente ed in tacchi a spillo, il mio senso del dovere e’ andato a farsi fottere.

IL MIO PRIMO LAVORO MAI TAI: “Open English”. 
Il primo cliente per cui ho fatto l’hostess  si chiamava Open English: fondamentalmente era una compagnia di truffatori che si celava dietro ai nostri sorrisi ingenui per rifilare costosissimi corsi di inglese agli ignari avventori del Centro Commerciale. Il nostro lavoro consisteva nel fermare un passante e fargli compilare una scheda con i suoi dati, con la promessa di un’estrazione finale con la quale avrebbe potuto vincere un corso di inglese gratuito. Col cazzo. In realta’ era un vile sistema per raccogliere i numeri di telefono delle persone per poi iniziare a perseguitarle cercando di appioppare loro almeno un misero corso base da 5mila Euro. Secondo voi cosa poteva interessare al Signor Luigi di Vergate sul Membro (MI), fermatosi alla mia postazione con il solo intento di guardarmi il culo, di imparare a dire “the pen is on the table” a 70 anni suonati? Alcuni dei miei amici passavano a trovarmi alle Meridiane e, ovviamente, erano costretti a compilare la diabolica scheda dati, se non altro per solidarieta’.

“Ma sei sicura che non sto comprando niente? Non e’ che mi arriva a casa un’enciclopedia?” ed io, ignara dei loschi intrallazzi: “Ma figurati! La firma e’ pura formalita’!”.

Ecco come ho svelato l’arcano della fragatura: i miei amici mi telefonavano per implorare quelli della scuola di smettere di chiamarli, che il corso non lo volevano proprio fare e non sapevano piu’ in che lingua dirglielo. Magari in inglese?! E cosi’ via, Open English non demordeva. 
Alcuni di loro, dopo questa esperienza, mi hanno giustamente tolto il saluto; quelli che non mi conoscevano mi hanno probabilmente maledetta (ecco perche’ poi mi infilzo gli occhi con le banane!). 
Ne ho fatta di strada da quando facevo l’hostess: ora mi pagano per fare salti mortali da seduta, davanti al mio Mac, per fortuna senza tacco 12.

Questo post e’ dedidicato alla mia cara amica Laura, con cui ne ho vissute tante, ma proprio tante.

2 Comments

  1. Ahahah che ricordi che mi hai fatto venire in mente!!

    • Essi’ Gioia, anche con te ne ho fatti di lavori di M! Adesso siamo vecchie, cediamo lo scettro alle nuove generazioni di universitarie broke…

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